Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per l'editoria Ricardo Franco Levi ha portato di fronte al parlamento le pubbliche scuse da parte dell'esecutivo per avere creato un clima di allarme nel mondo della rete con la riforma e il riassetto del settore editoriale di Internet.
Il Governo cerca disperatamente di proteggere il mondo dell'editoria e di definire in qualche modo l'informazione prodotta nel Web come prodotto classificabile e tassabile. La legge punta anche a limitare fortemente quei nodi della rete che diffondono materiale, come musica e video, difeso allo stremo dall’industria dell’intrattenimento (discografico e cinematografico), coperto da copyright. Un tentativo effimero di regolamentazione, dato che le stesse informazioni nel web appaiono e scompaiono spesso senza lasciare una memoria storica.
A detta del sottosegretario il disegno di legge si concentra sulle imprese e sul mercato, escludendo i blog e i piccoli siti personali. Ma il signor Levi e il suo gruppo di lavoro non hanno ben capito che la vera e propria forza della rete, per quanto riguarda il mercato, risiede nella libera e agguerrita concorrenza attraverso la pubblicità. Un’eventuale registrazione al ROC e il susseguente controllo dell’Autorità Garante per le Comunicazioni porrebbe un grosso freno allo sviluppo delle piccole imprese che hanno come unica vetrina sul mercato globalizzato il proprio sito web, ed esse verrebbero divorate dalla forte tendenza al monopolismo delle grandi aziende corporative. Quante piccole imprese hanno fatto fortuna grazie alla loro alta posizione nei risultati di Google? O quante altre hanno avuto successo grazie ai sistemi pubblicitari cost-per-click o Adwords e Adsense?
Inoltre, negli articoli 2 e 5 del disegno di legge, la definizione di un prodotto editoriale e di un’attività editoriale per quanto concerne la rete non è chiarita in modo adeguato. Nell’articolo 7 invece vengono indicati le tipologie di siti e blog che hanno l’obbligo di iscriversi al registro istituzionale, escludendo quelli per uso personale e non ad uso collettivo. Ma esistono svariati blog collettivi, che spesso ottengono dei ricavi con la pubblicità (di Google ad esempio). Ed il Web contiene anche dei siti Wiki distinti dalla loro formazione collaborativa collettiva dal basso, e anche i forum che diffondo un notevole volume di notizie. Come possono essere identificati i nodi non collettivi e quelli che conducono attività imprenditoriali? A mio parere non si può. Per questo motivo temo che questo disegno di legge possa censurare profondamente la libera circolazione della conoscenza e dell’informazione nella rete.
Approfondimento: La sorveglianza e il controllo della rete nell'era del Web 2.0